Siamo realisti. Facciamo la rivoluzione (democratica)

C’è spazio oggi in Italia per un soggetto politico che incarni la cultura e l’antica tradizione del socialismo riformista? Per poter rispondere di sì, a mio avviso, occorre il verificarsi di due condizioni indispensabili: uscire dalla dimensione politica e psicologica della diaspora dei vecchi partiti socialista e socialdemocratico della “prima Repubblica” e avere l’ambizione (e la capacità) di proporsi come “aliquid novi” nel panorama politico italiano, prospettando una sinistra vera, con basi ideali forti e riconoscibili ma con rinnovata capacità d’analisi, che serva al Paese e incontri il respiro europeo e la dimensione globale dei problemi di questo tempo.

Non c’è da illudersi di potersi inserire nel gioco politico quando si è fuori dal sistema politico: su questo terreno il massimo risultato che si può ottenere (ma è comunque molto difficile) è qualche occasionale riconoscimento “ad personam”, il cui prezzo è la sostanziale subalternità politica (è questa, di fatto, l’esperienza di trent’anni di diaspora).

La mia opinione è che il pensare tatticamente, nel breve periodo, ad offrire sponde al PD lettiano o al cosiddetto “centro riformista”, così come dissolversi nella sfera movimentista, porta in un vicolo cieco. Occorre invece riorganizzarsi in forma politica partendo dai territori, con metodo unitario, lavorare per ricondurre ad unità il linguaggio e formare un gruppo dirigente preparato, disinteressato e anagraficamente rinnovato, attorno a precise idee forza cui riferire l’azione politica quotidiana guardando ai massimi sistemi.

Ci tocca sfatare la capziosa banalità del “non ci sono più né destra né sinistra”. In realtà, da una parte la destra economica trionfa con l’affermazione del “pensiero unico” neoliberista, mentre la destra sociale trova terreno fertile presentandosi come forza “populista” nelle società attraversate dalle maggiori difficoltà economiche. Dall’altra parte, invece, sono venuti meno i due tradizionali modelli di riferimento, il mito delle rivoluzioni comuniste e il welfare delle società nordiche a guida socialdemocratica. Resta la necessità di contrapporre ad un sistema basato sull’ingiustizia e sullo sfruttamento una prospettiva di reale libertà e maggiore giustizia sociale.

Rivoluzione, nel XXI secolo, significa riconversione ecologica dell’economia, difendere il lavoro come fonte di dignità e diritti; mettere le mani sul concetto giuridico, economico e culturale della proprietà capitalistica, battersi per la salvaguardia dei beni comuni, vincere la sospettosa sufficienza con cui un certo conservatorismo di sinistra ancora guarda al riformismo socialista, batersi per la pace e l’affermazione dei diritti umani, civili e sociali. Significa riconoscere il peso di millenni di cultura patriarcale ribaltando la concezione del femminile nella nostra società e nel mondo. Significa difendere l’ambiente e contrastare i monopoli del comparto dell’energia; riqualificare e non smantellare il settore pubblico; pensare al controllo democratico delle banche e delle società di finanza; sottrarre agli interessi privati comparti strategici come la sanità, la previdenza sociale, i trasporti, l’edilizia popolare, la ricerca; battersi per la completa gratuità dei servizi di base come scuola, salute e servizi locali; sostenere l’economia circolare e l’agricoltura contadina. Per non parlare del discorso che riguarda l’Europa, le sue leggi e le strutture comunitarie.

Ecosocialismo e federalismo europeo sono i temi da approfondire. Nell’immediato io vedo una costruzione poggiata su quattro pilastri: Ambiente, Lavoro, Sud, Costituzione.

Strutturiamo il pensiero, difendiamo la democrazia, facciamo il nostro dovere. Il resto, cioè una nuova, giovane leva politica della sinistra socialdemocratica, verrà.

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